IL FILM

“Il sorpasso” un capolavoro della commedia all’italiana diretto da Dino Risi, interpretato da Alberto Sordi e prodotto da Dino De Laurentiis. Qualcosa non torna, vero? Quando si dice “tutto un altro film…”. In realtà le cose sarebbero potute benissimo svolgersi in questa maniera.

Pensiamoci un attimo:  il regista Dino Risi e Rodolfo Sonego, (soggettista e sceneggiatore di fiducia di Sordi), sono in giro, in auto, per le campagne romane e stanno discutendo del loro film appena uscito “Una vita difficile”, altra pietra miliare del nostro cinema. Poi Risi racconta  a Sonego un’idea venutagli dopo un viaggio occasionale con uno strano tipo. Ne chiacchierano insieme e nasce l’embrione di un soggetto ma, inizialmente, a nessuno viene in mente di intitolare “Il sorpasso”.

E’ una storia cucita perfettamente per il grande Albertone.  Ed è proprio lui, il protagonista, a dover morire sul finale.  Non il giovane Trintignant. Sordi è dubbioso.  La storia non fa per lui.  Teme di dover sudare le sette camicie col rischio di concedere meriti ad altri.  Una paura egoistica d’attore, come la definisce Risi. Rifiuta.  E con lui abbandona anche Sonego che verrà sostituito da Scola e Maccari e il suo nome non comparirà tra gli autori della sceneggiatura.

Pochi lo sanno ma questo piccolo retroscena avrebbe potuto cambiare parecchio le sorti del nostro cinema e dell’intera commedia all’italiana. I diritti del soggetto passeranno poi a Cecchi Gori che affiderà a Gassman quel ruolo al quale l’Italia intera è tuttora affezionata. Una storia tutto sommato semplice, senza fronzoli, con una sceneggiatura che lascia liberi gli attori di improvvisare a piacimento e soprattutto girata con pochi mezzi e pochissimo denaro.

Questi gli ingredienti di un capolavoro assoluto a livello internazionale, che la dice lunga sulle geniali intuizioni e le straordinarie capacità sprigionate dal cinema italiano di quegli anni. Un film attraverso il quale è oggi possibile analizzare con spietata realtà i pregi e i difetti di un Paese che sta entrando nel miracolo economico, seppure ancora dolorante dalle ferite di un brutale dopoguerra. E attraverso il quale è possibile inquadrare spensieratezze e angosce, gioie e dolori, aspirazioni e rinunce di un’intera generazione.

Sono trascorsi 50 anni e, tuttavia, molti personaggi, molti ambienti e molte situazioni di quel film sono sovrapponibili a quelle di oggi, non ultimo i campanelli d’allarme di una crisi, più o meno morale, più o meno esistenziale che, ahinoi, sta diventando il lugubre simbolo del nostro tempo.